martedì 14 maggio 2013

Il sogno del tenente Camilleri


RIFLESSIONI SU UN CAPITOLO DI SVEVO

Andrea Camilleri

"Il sole 24 Ore", 13 maggio 2013

Lectio magistralis «Riflessioni su un capitolo di Svevo» con la quale lo scrittore Andrea Camilleri ha ricevuto venerdì a Cagliari la Laurea honoris causa in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane (la laudatio è stata tenuta dal professor Giuseppe Marci). 

Penso che si possa identificare in "Mastro don Gesualdo" di Verga l'esemplare testa di serie di un filone narrativo non marginale della nostra letteratura, quello cioè che s'incentra essenzialmente sui rapporti complessi e problematici tra padri e figli, o, più estesamente, sull'inevitabile contrasto generazionale tra vecchi e giovani. Mastro don Gesualdo, vissuto nel mito della "roba" che ha accumulato e gelosamente amato, muore consapevole che tutto il frutto del suo lavoro andrà disperso convinto com'è dell'assenza di un erede che dimostri le sue stesse doti, che sia alla sua altezza. Su questa linea, ma con una sorta di prospettiva inversa, "L'incendio nell'uliveto" della Deledda racconta l'impossibilità del rifiuto d'obbedienza ai genitori, alla tradizione, alle incrostazioni d'usi, costumi e abitudini. E vorrei ricordare anche il Tozzi di "Con gli occhi chiusi" e de "Il podere", dove il contrasto assume toni di cupa, oppressiva, angosciosa drammaticità. L'elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qui. 
Certo, le variazioni sul tema sono molte. Non sempre il contrasto avviene tra un figlio e il padre-padrone, tanto per citare il libro di Ledda che qui cade proprio a taglio, ma può manifestarsi con una figura sostitutiva del pater familias, del dominus, quale un nonno, un tutore, o addirittura la figura materna. Ma comun denominatore di tutte queste opere che ho citato è il movente del contrasto, consistente in quella che Verga chiama "la roba", la proprietà. La lacerazione è provocata da questa situazione semplice ed essenziale: colui che ha accumulato la roba con grandi sacrifici e accorte operazioni, nutre il timore, più o meno giustificato, che colui che l'erediterà non sarà in grado non solo di aumentarla ma addirittura di mantenerla così come l'ha ricevuta, vuoi per incapacità personale vuoi perché manifesta idee innovatrici che appaiono rischiose in quanto completamente al di fuori dalla tradizione e dalla consuetudine famigliare. Insomma, alla paura del nuovo, considerato come un avventato salto nel buio, fa da controcanto l'insofferenza verso le vecchie regole ammuffite. Si tratta dello scontro tra due mondi chiusi nelle loro rocciose certezze con l'aggravante che i due mondi non sentono la necessità di un dialogo che possa aprire qualche spiraglio. 
Assai meno ricco, ma di certo più stimolante, appare essere il filone narrativo dove il punto di frizione generazionale non è rappresentato dalla concretezza della roba verghiana, ma è costituito dal contrasto d'idee e di ideali, di sentimenti, di convincimenti, di modi d'intendere il mondo e la vita. La lacerazione quindi non avviene più sull'avere, ma sull'essere. Parlerò solo di due romanzi che si muovono su questa linea."I vecchi e i giovani" è il titolo emblematico del romanzo di Pirandello che, pubblicato a cinquanta anni dalla proclamazione dell'Unità d'Italia, si presenta come il vasto e corale racconto delle illusioni politico-sociali coltivate e perdute nel corso appunto del cinquantennio. Qui il tema del contrasto generazionale esce dall'ambito famigliare e investe tutta quanta la società e la politica italiane. I "vecchi" sono coloro che hanno creduto nell'Unità e anche coloro che l'hanno combattuta, uniti in un certo senso da opposti ideali andati comunque a finire nel nulla e che adesso si chiudono in uno sdegnoso isolamento o si adattano ai tempi e, senza più illusioni, cercano di trarne il maggior vantaggio possibile. I "giovani" sono invece coloro che non hanno perduto la fede nell'Unità e credono nel socialismo che riscatterà il sud dalla miseria. Ma anch'essi sono inevitabilmente destinati ad amare e cocenti sconfitte.
Parlando di Pirandello però non posso esimermi, considerato l'argomento che sto trattando, dall'abbandonare la sua letteratura e accennare brevemente alla sua biografia. Fortissimi, determinanti e condizionanti sono stati in lui, prima come uomo e poi come scrittore, il senso della casualità del nascere che ti costringe a un involontario soggiorno sulla terra e il profondo disagio dell'esser figlio. Scrive:
"Si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme, albero o sasso, acqua o farfalla…o donna, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt'intorno, ignoto, l'enorme mondo, l'impenetrabilità dell'esistenza. Formichetta si nasce, moscerino, e filo d'erba"… E ancora: "So io che sforzi faccio in 
certi momenti a tenermi ritto su due zampe soltanto. A lasciar fare alla natura saremmo tutti, per inclinazione, quadrupedi"…
La favola del figlio cambiato che da bambino gli raccontava la cameriera Marietta, per Luigi, crescendo, diventò sempre meno una favola e divenne quasi una certezza. La sofferenza della non appartenenza era in lui acutissima, la figura del padre ogni giorno gli appariva sempre più estranea. E il padre Stefano, garibaldino, uomo concreto, commerciante, pronto a menar le mani, talvolta coinvolto in sparatorie, guardava il figlio con tanti grilli in testa come un essere di un altro mondo. Tra loro due il rapporto era costituito da silenzi rancorosi. Fino al giorno nel quale Luigi, poco più che adolescente, sorprese il padre a colloquio con la sua amante e non esitò a sputargli in faccia. Ma tanti e tanti anni dopo, quando la situazione si era rovesciata e Stefano non era più il pater familias autoritario e temuto ma un povero vecchio malato, Luigi volle che venisse a trascorrere gli ultimi anni a Roma, a casa sua. Cominciò a passare parte del suo tempo libero con lui, a discorrere dei tempi andati. E quando doveva allontanarsi da Roma pregava i suoi giovani amici Alvaro e Bontempelli di andarlo a trovare spesso, di giocare a carte con lui e di farlo vincere. Sicchè quella famosa battuta che Pirandello, nel 1921, fa pronunziare al personaggio del Padre nei "Sei personaggi in cerca d'autore", dove si dice dell'ingiusta condanna di restare per sempre agganciati a un gesto sbagliato, sembra essere in realtà una ritrattazione, un ripensamento dello stesso Pirandello sull'atteggiamento tenuto in gioventù nei confronti del proprio padre. Il secondo romanzo è "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo. Esso, come si sa, percorre cinque nuclei narrativi, dei quali il secondo s'incentra sui rapporti di Zeno col padre e culmina nel capitolo quarto, intitolato "La morte di mio padre" sul quale vorrei soffermarmi. Ricordando però che il romanzo finge d'essere un'autobiografia che Zeno, ormai vecchio, scrive a scopo di terapia psicoanalitica. Quindi noi lettori saremo costretti a vedere la figura del padre solo ed esclusivamente attraverso lo sguardo, parziale e certamente non oggettivo, del figlio. Emerge subito, fin dalle prime righe del capitolo, che tra i due c'è stata sempre un'incapacità di comunicazione che ha portato rapidamente a una reciproca diffidenza. Il padre un giorno non ha esitato ad affermare che Zeno è una delle persone che lo inquietano di più. E siccome Zeno, come al solito, ha riso alle parole del padre, questi si è spinto oltre, definendolo un pazzo. Ebbene, per tutta risposta, Zeno si sottopone alla visita di uno specialista e poi sbandiera al padre il documento che lo dichiara del tutto sano di mente. Alla vista di quel documento, il padre si convincerà sempre di più che il figlio è proprio un pazzo. Ma perché Zeno reagisce ridendo alle parole del padre? Egli è convinto che il padre non abbia nulla da insegnargli, ma il suo riso non è di sufficienza, è un modo di eludere una qualsiasi forma di dialogo. Zeno ride in quanto figlio, dato che è praticamente impossibile essere contemporaneo alle idee, ai sentimenti, alla visione del mondo del proprio figlio perché esse rappresentano il presente. Si possono tutt'al più capirle, giustificarle, accettarle, ma per condividerle in assoluto occorrerebbe avere la loro stessa età e aver vissuto la sua stessa esperienza esistenziale. Dal canto loro, i figli ritengono ciecamente d'esser dalla parte della ragione perché credono di poter giudicare i padri in quanto possessori del consuntivo, della summa, dell'elenco quasi esaustivo dei magri numeri positivi e dei troppi, inevitabili, numeri negativi di chi li generò. Ma quell'elenco che hanno in mano è solo un susseguirsi di fatti, di accadimenti, di manifestazioni esteriori. Impossibile che da quell'elenco si possano scoprire le celate motivazioni, i segreti propositi, le profonde intenzioni. Occorrerebbe, appunto, che i figli fossero contemporanei dei loro padri. Eppure non c'è dubbio che Zeno e suo padre siano legati da un sincero amore reciproco. La difficoltà è tutta nel comunicarselo, al di là dei rituali come il bacio della sera. Zeno, al riguardo, pensa che il suo sia un affetto particolare che gli impedisca d'intendere tante cose del suo genitore. Ma non dice quali siano queste tante cose. La domanda che sorge spontanea nel lettore allora è se l'impedimento non sia dovuto non tanto a una particolare forma d'affetto quanto piuttosto all'inconscia volontà, o incapacità, di non voler vedere l'uomo, coi suoi problemi e le sue angosce, celato sotto l'immagine corazzata del pater familias. Quando Zeno apprende dell'imminente morte del padre, che è del tutto ignaro della gravità della sua condizione, egli si reca a casa sua e non lo lascia più, allontanandosi brevemente solo in rare occasioni, in un disperato bisogno di comunicare infine con lui e anche di fargli capire tutta l'intensità, la portata del suo amore filiale. Una sera capita che, avendo incontrato un amico, Zeno tardi a rientrare. Al suo arrivo, Maria, la cameriera gli dice che il padre ha chiesto più volte di lui e che non ha voluto cenare da solo, preferendo aspettarlo. Zeno si scusa e siede a tavola spiegando il motivo del ritardo: un suo amico gli aveva fatto far tardi per spiegargli certe sue idee sull'origine del Cristianesimo. Così padre e figlio si trovano a parlare di religione, anche se da posizioni opposte. Alla fine della cena però il padre dice qualcosa mai detta prima. Lascio la parola a Svevo. "-Peccato che sei venuto tanto tardi. Prima ero meno stanco e avrei saputo dirti molte cose. Pensai che volesse ancora seccarmi perché ero venuto tardi e gli proposi di lasciare quella discussione per il giorno dopo. -Non si tratta di una discussione-rispose egli trasognato-ma di tutt'altra cosa. Una cosa che non si può discutere e che saprai anche tu non appena te l'avrò detta. Ma il difficile è dirla. //Giunto accanto a me, chinò la testa per offrirmi la sua guancia al bacio di ogni sera. Vedendolo muoversi così malsicuro ebbi di nuovo il dubbio che stesse male e glielo domandai. // Egli mi confermò ch'era stanco ma non malato. Poi soggiunse: -Adesso penserò alle parole che ti dirò domani". Ma quelle parole Zeno non le sentirà mai. Nella stessa notte il padre cadrà nell'incoscienza. E Zeno, disperato, commenterà:" la parola che aveva tanto cercata per consegnarmela gli era sfuggita per sempre". Da quel momento nella coscienza di Zeno si scatenano violenti sentimenti contrastanti.
Comincia a odiare il medico che ha in cura il padre, teme che i metodi da questi usati ne aggravino la malattia, e forse ha ragione, ma le sue insensate ribellioni sono velleitarie, non sfociano in nessun atto pratico. L'unica novità è l'arrivo di un robusto infermiere perché il padre, pur essendo incapace d'intendere, non fa che alzarsi continuamente dal letto, sedersi in poltrona e viceversa, senza mai trovare requie, mentre il dottore vorrebbe che il malato se ne stesse per tutto il tempo coricato. Zeno arriva ad augurarsi che muoia nel sonno e subito appresso di questo pensiero si pente con orrore. Non lo sfiora nemmeno per un istante il dubbio che possa trattarsi di un impulso d'estrema pietas.
Finchè un giorno, per impedire al padre d'alzarsi, Zeno lo spinge giù premendogli una mano sulla spalla, "mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non muoversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedì. Poi esclamò: -Muoio!
E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, , rallentai la pressione della mia mano. Sicchè egli potè sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto // e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!"
Dunque la parola non detta tra padre e figlio viene sostituita da un gesto di completa rottura come uno schiaffo. Eppure col trascorrere degli anni, come noterà il vecchio Zeno, quello schiaffo sul momento considerato come un'aspra e immeritata punizione, acquisterà un'altra valenza: "…il ricordo di mio padre s'accompagnò a me , divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo entrambi perfettamente d'accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte".
Conclusione consolatoria che, sinceramente, non mi trova per niente d'accordo: la volontaria regressione del figlio è un'abdicazione dal ruolo, è riproporre ancora un rapporto di forza che oppone un più debole a un più forte e non può risolversi che in un solo modo.
Se mi sono soffermato su questo capitolo di Svevo è perché esso, per le poche analogie e le tantissime diversità, mi mette comunque in condizioni di passare all'autobiografia, genere nel quale mi muovo con molto personale disagio. 
Quando il medico della clinica romana, dove papà era stato ricoverato per quella che credevamo una pleurite, mi comunicò con una franchezza che poteva anche dirsi brutalità che non si trattava di pleurite ma di tumore diffuso e che al malato restavano sì e no due mesi di vita, allontanandosi poi fischiettando, io, alla pari di Zeno, lo odiai. E, sempre come Zeno, sentii l'assoluta necessità di trascorrere tutto il tempo che potevo con mio padre. Avevo quarantadue anni, una famiglia, un lavoro che m'occupava tutta la giornata. Così con mamma stabilimmo che lei sarebbe andata in clinica durante il giorno, mentre io vi avrei trascorso le sere e le notti.
Sono più che certo che papà si fosse reso subito conto della natura e della gravità del suo male, tant'è vero che non domandò mai a noi né di cosa fosse malato né l'andamento della sua malattia. Forse aveva convinto il medico a dirgli la verità. E quindi ci aveva tolto dall'imbarazzo di mentire. Era sempre stato un uomo coraggioso, in guerra e in pace, guadagnandosi tra l'altro una medaglia al valor civile per aver salvato alcuni pescatori da morte certa. 
Non potevo lasciare che se ne andasse senza avergli spiegato le ragioni di certe mie convinzioni che l'avevano addolorato. Ero l'unico figlio che aveva e penso di averlo sempre deluso, da ragazzo e nella prima giovinezza, in tante sue piccole aspettative. Voleva che andassi con lui alle partite di calcio e io mi rifiutavo fermamente, voleva che l'accompagnassi a caccia e io qualche volta acconsentii ma poi smisi, voleva insegnarmi a giocare al biliardo ma non riuscì a farmi prendere in mano la stecca. L'amavo intensamente, ma non mi piaceva la maggior parte delle cose che faceva. Di lui mi piacevano invece, e tanto, i libri che leggeva. Era uomo d'eccellenti letture, pur non essendo un intellettuale.
Era stato un fascista della prima ora, uno squadrista, ma non era né facinoroso né settario. Una mattina del 1938, un mio compagno di classe ci disse che non poteva più venire a scuola perché ebreo e io, a mezzogiorno, a tavola, domandai una spiegazione a papà. Strinse i pugni e, rosso di rabbia, cominciò a dirmi che tra noi e gli ebrei non c'era nessuna differenza, che la faccenda della razza inferiore era una baggianata, ch'era tutta una tragica buffonata per far contento Hitler…
Fu negli ultimi mesi del '42, sotto l'infuriare dei bombardamenti, che in lui si spense la fede nel fascismo. Lo dichiarò pubblicamente e venne deferito all'Ufficio Disciplina del Partito con la proposta d'espulsione. Suppergiù nello stesso periodo io maturavo segretamente la mia conversione al comunismo. Ma questo, nell'immediato dopoguerra che da noi iniziò dal settembre 1943, segnò l'inizio del nostro profondo attrito. Subito ci trovammo su sponde opposte: papà monarchico e liberale, come del resto tutta la piccola borghesia del mio paese, io comunista e repubblicano. Non mi perdonava la scelta politica, non riusciva a darsene pace. Quando rincasavo dopo una manifestazione di partito e mi mettevo a tavola, lui qualche volta si alzava e se ne andava. Al tempo del referendum tra monarchia e repubblica, nel '46, per settimane non scambiammo una parola. Un giorno sentii che si lamentava con mamma: "Cosa ho fatto di male nella vita per avere un figlio comunista?" Se parlavamo di politica, subito la conversazione degenerava in discussione più o meno rabbiosa. Ma tutto questo non inficiava l'amore che sentivamo d'avere l'uno per l'altro. Me ne andai via dalla mia famiglia nel '49 e i miei genitori non solo non mi ostacolarono ma anzi si svenarono per aiutarmi a trovare la mia strada. E poi, quando papà era andato in pensione, si erano trasferiti a Roma per stare vicino a me e alla mia famiglia. E ora sentivo la necessità assoluta di un ultimo colloquio con lui, che chiudesse il discorso interrotto dalla mia partenza.
E così, notte dietro notte, talvolta prendendoci per mano, ci parlammo a cuore aperto, sussurrando, quasi in una lunga confessione. Le parole adesso scorrevano tra di noi senza intoppi, senza reticenze. Non ci fu una domanda che non ricevesse risposta. Come in Svevo, l'occasione di parlare di religione ci venne data da una terza persona, un prete, ch'era venuto a domandare a papà se volesse confessarsi. Papà aveva risposto di no e quello aveva insistito facendogli notare che presto avrebbe dovuto rendere conto a Dio…Pàpà aveva ribattuto che conosceva benissimo la sua situazione. La sera dopo aveva raccontato l'episodio a una suorina in procinto di partire come missionaria e quella gli aveva risposto che non c'era bisogno di confessarsi, bastava un segno di Croce per mettersi in regola con Dio. 
In quelle notti ci riconoscemmo l'un l'altro, da pari a pari, come se non fossimo più padre e figlio. Finalmente pacificati in quel tempo sospeso. E quando finimmo di parlare di noi due, volle che gli raccontassi qualcosa.
E io cominciai a narrargli una storia alla quale avevo iniziato a pensare proprio lì, una notte che lui dormiva e io no. Alla fine, dopo una settimana, si fece giurare che l'avrei scritta così come gliel'avevo raccontata. Ho tenuto fede alla parola, così è nato il mio primo romanzo, "Il corso delle cose". Poi, come in Svevo, poco prima che morisse, capitò un episodio sconvolgente. Devo fare una premessa. Papà aveva combattuto durante la Prima Guerra nelle fila della Brigata Sassari, a lungo era stato agli ordini di Emilio Lussu verso il quale nutriva un'autentica venerazione. 
Verso l'alba, dopo una notte estremamente inquieta, vidi che aveva aperto gli occhi, si era alzato a mezzo e mi fissava. D'un tratto mi chiamò, a voce alta, ma che non era la sua: "Tenente Camilleri! Tenente Camilleri!" Rimasi in silenzio, non sapevo cosa rispondere. Allora visibilmente si alterò, tornò a chiamarmi con voce più imperiosa:"Tenente Camilleri!" Avevo capito che stava rivivendo un momento di guerra e che io ero lui. E che lui era Lussu. "Signorsì"-risposi."Presto, tenente! Si defili! Non vede che è sotto tiro?" Indugiai a rispondere, ero commosso, emozionato. Allora lui insistè: "Si defili, le ho detto! O vuole insegnarci il coraggio, coglione di un siciliano?" Molti anni prima gli avevo domandato: "Ma non provavi paura quando andavi all'attacco?" E lui: "Certo. Ma con quella gente lì, se non ti dimostravi coraggioso come loro"…"Si defili!"-ripetè."Signorsì"-risposi. Si quietò di colpo, ricadde giù, in un torpore quieto. Io invece ero profondamente sconvolto. Dopo un po' vidi che aveva portato la mano all'altezza del viso e voleva fare qualcosa che non gli riusciva. Credendo che gli desse fastidio il boccaglio dell'ossigeno, gli presi la mano. Ma lui, a fatica, me la guidò verso la sua fronte. Capii che voleva farsi il segno della Croce e l'aiutai. Aprì gli occhi, aveva uno sguardo lucidissimo. "Vai via"-mi disse. "Ma papà"…"Vai via e torna dopo che ti sei fumato una sigaretta". Anche in Svevo c'è un'ultima sigaretta. Ubbidii e quando, dopo aver fumato, m'avviai verso la sua camera, sapevo che non l'avrei trovato più in vita.

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