sabato 6 ottobre 2012

D’Annunzio, l’Immaginifico al potere



Gabriele d’Annunzio (1863-1938) in una serie di istantanee scattate quando era un giovane studente al Collegio Cicognini di Prato

Nel 150° della nascita, sarà celebrato l’anno prossimo al Salone del libro
Un genio innovatore con il quale dovremo tornare a fare i conti
di ERNESTO FERRERO, "La Stampa", 
5 ottobre 2012
“L’unico italiano capace di fare una rivoluzione». È Gabriele d’Annunzio secondo Lenin: giudizio molto lusinghiero per lui, meno per gli italiani, maestri di trasformismi gattopardeschi ma per nulla portati alle palingenesi radicali. Lenin si riferiva all’impresa di Fiume, ma il Vate pescarese di rivoluzioni ne ha messe in atto parecchie e adesso che è alle porte il 150° della nascita (12 marzo 1863) bisognerà tornare a fare i conti con lui. Domani a «Portici di carta», a Torino, Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale, e chi scrive annunceranno le iniziative che lo ricorderanno al prossimo Salone del libro e altrove. Tra mostre, spettacoli e convegni spicca una tavola rotonda su D’Annunzio innovatore che vuole portare in luce gli aspetti che ce lo rendono così vicino. 
 Dell’Immaginifico per autodefinizione si è detto che incarna all’ennesima potenza i vizi nazionali: levantino, fedifrago, narciso, superficiale, melodrammatico, poseur, arcitaliano anche nell’arte di vivere al di sopra delle proprie risorse, di volersi principe del Rinascimento con i soldi altrui. Eppure l’Inimitabile (ha già deciso di esserlo a quindici anni) è stato il solo scrittore italiano che si sia imposto in Europa, osannato a Parigi, ammirato da Sarah Bernhardt e dalla Rubinstein, da Debussy e da Diaghilev, da Proust e Montesquieu. Con lui l’Italia tornava improvvisamente a essere degna dei tesori d’arte che custodiva quasi per caso. Nel 1897 Gide arrivava a dire che la letteratura italiana, data per morta quanto quella spagnola, tornava ad attrarre l’attenzione di tutta Europa.  
 Facendo della propria vita un’opera d’arte, D’Annunzio aveva confezionato un qualcosa che ancora non si era visto nel Paese degli ermetici e dei crepuscolari: il poeta guerriero, il letterato d’azione, il dandy al di sopra d’ogni norma e regola, il superuomo capace di stupire con effetti speciali, il maestro d’eleganze inarrivabili, la guida culturale, il sacerdote della bellezza, l’artista supremo, il nume nazionale, lo sdegnato tutore dell’ambiente e dei beni culturali contro gli scempi edilizi. Definito il «Giovanni Battista del fascismo», in realtà ne dubitava. Mussolini ne temeva il carisma, e pur di tenerlo buono e lontano si rassegnò a cospicue sovvenzioni statali. Difatti il Vate ha sognato di offrirsi agli Italiani come un’alternativa all’ex socialista figlio del fabbro di Predappio.  
 Una leggenda vivente, un romanzo ambulante, come ha dimostrato anche la ricca biografia di Annamaria Andreoli (Il vivere inimitabile, Mondadori). Genio della politica e della comunicazione, maestro di marketing, ipnotizzatore di folle, porta l’immaginazione verso il potere inventando la guerra come spettacolo. Il vero futurista è lui, che non si limita a stilare manifesti teorici, ma si prodiga a rischio della vita in performance mirabolanti, sfide vere: le motosiluranti della «beffa di Buccari», il volo su Vienna con un biposto fatto adattare appositamente (la sua «sedia incendiaria» poggia direttamente su un serbatoio aggiunto), la sbalorditiva impresa fiumana. Nessuno come lui intuisce cosa piace alle folle che disprezza. Sa come vendere emozioni, farsi mito vivente. Le sue trovate non sono mai banali. Il reimpiego della classicità si combina con l’uso epico delle tecnologie più avanzate. Quando nel 1931 il senatore Agnelli gli chiede se l’automobile appartenga al genere maschile o al femminile, lui, che è entrato in Fiume al volante di una sontuosa Fiat T4, non ha dubbi: ha «la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza».  
Il post-moderno è cosa sua: sempre sul filo del Kitsch, combina stili, assembla materiali, copia e incolla, manipola, e sempre con il dono della parola folgorante, musicale e marmorea. Inventa marchi (la Rinascente, Aurum), reinventa gridi di guerra («Eia eia alalà»), scrive le didascalie per Cabiria, detta la lapide per il monumento agli alpini a Villar Perosa, verga migliaia di lettere e ognuna porta il sigillo del verbo assoluto. L’esibizionismo calcolato fa parte dello spettacolo, lo scandalo e la provocazione pagano sempre. «Angelico porco alato», è un eroe dei nostri tempi, perfetto per la società dello spettacolo che verrà, un antenato che la nostra mediocrità preferisce volgere in caricatura. Cinico edonista, cocainomane ed erotomane, teorizza l’eccesso: «Dall’ingombro carnale, come dalla bestialità indomita, come dalla turbolenza sanguigna si esalano le aure divine del mio spirito». Nel libro che Giordano Bruno Guerri sta terminando, La mia vita carnale, dedicato all’ultimo decennio, c’è una lettera del 1904 alla Duse che è un po’ una chiave di volta: «Il bisogno imperioso della vita violenta - della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza - mi hanno tratto lontano. E tu - che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime dinanzi a un mio movimento istintivo come ti commuovi dinanzi alla fame di un animale o dinanzi allo sforzo d’una pianta per superare un muro triste - tu puoi farmi onta di questo bisogno?». E la Duse, magnanima: «Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Così è. Così sia».  
Diceva d’essere «un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli». Dal Vittoriale tuonava: «C’è oggi in Italia una giovinezza esplosiva e una decrepitezza ingombrante. Ci sono istituti politici più morti di una cassapanca fessa e tarlata, ma anche demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida».

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